Dubbi marzulliani

Ma uno è quello che fa o fa quello che è? :shock:

9 Risposte a “Dubbi marzulliani”


  1. 1 Dario Salvelli Giovedì, Agosto 10, 2006 alle 3:45 pm

    Quello che è: se facessi lo spazzino, sarei garbage ? Marzullo ha guastato tanti tele-dipendenti notturni stanchi ormai delle zozzonerie notturne.

  2. 2 dottor k Lunedì, Settembre 11, 2006 alle 2:48 pm

    Non è così purtroppo.
    Anche se è dura da accettare, siamo ciò che facciamo.
    E’ davvero poco consolatorio ma se non esprimiamo le nostre potenzialità di fatto finiamo per non essere nulla.
    Io posso sentire di essere un pittore ma fino a quando non mi metterò lì a dipingere non lo sarò mai.
    Nella stessa maniera non esistono persone “buone” fino a quando coi fatti non si mette in pratica con atti concreti questa “bontà”.
    Quindi non rimane che rimboccarci le maniche…

  3. 3 lostforwords Lunedì, Settembre 11, 2006 alle 4:04 pm

    dottor k: cioè tu stai dicendo che potenzialmente tutti possiamo essere qualsiasi cosa vogliamo? che io non sono buona finchè non compio qualche atto che la società ha etichettato alle persone reputate buone? (ed evito digressioni sul relativismo della bontà)
    che potenzialmente io potrei essere un’assassina, ma finchè non ammazzo qualcuno non lo saprò mai?
    non ho capito bene quello intendi.
    la mia era solo una riflessione, e mi chiedevo se le persone, quando scelgono cosa fare della propria vita, seguono le proprie inclinazioni o si adeguano omologandosi agli standard della società.

  4. 4 dottor k Martedì, Settembre 12, 2006 alle 8:51 am

    No, ovviamente non basta volere per fare. Quello che volevo dire è che sono solo le tue azioni a definirti. I “potrei se volessi” finiscono per essere solo vuote parole.
    E attenzione. Ho detto “sei quello che fai” e non “sei come ti giudicano”.
    L’esempio della bontà mi rendo conto che poteva essere frainteso.
    Il tutto per dire che le buone intenzioni servono a poco se non le si mette in pratica. O anche le cattive. Il punto non è sapere o non sapere cosa si è ma definire il proprio essere tramite le azioni.
    Riprendendo il nocciolo del tuo discorso, che ora mi è più chiaro, penso che le pressioni e i condizionamenti ci siano e anche pesanti.
    E un modo per sfuggirne è proprio convincersi che sono le nostre azioni giorno dopo giorno a definirci.
    E se vogliamo essere ciò che sentiamo non ci resta che rimboccarci le maniche e fare.

  5. 5 lostforwords Martedì, Settembre 12, 2006 alle 10:12 am

    dottor k: ora ho capito :)
    cmq io pensavo pure al fatto che, in un certa misura, nonostante uno possa seguire tutte le inclinazioni che vuole, difficilmente troverà il corrispettivo lavorativo, e quindi, alla fine, si diventa quello si fa.
    per farti un esempio, se ho la vocazione alla musica, a cantare o a suonare, e decido di entrare nel giro del commercio delle case discografiche per concretizzare ciò che sento di essere, inevitabilmente divento schiavo del business e sono costretto a scendere a compromessi (come incidere un tot. di canzoni all’anno, fare tour, interviste etc.) e a non essere più un musicista per vocazione, ma un musicista per professione. e secondo me c’è una differenza abissale tra le due cose.

  6. 6 dottor k Martedì, Settembre 12, 2006 alle 11:53 pm

    Il discorso si arricchisce ancora di più e la cosa mi fa parecchio piacere.
    I fatto di costruirsi inconsapevolmente delle gabbie in cui si finisce per essere rinchiusi è un rischio, oggi più che mai.
    Diventare ciò che si fa, come lo intendi tu, alla fine finisce per toglierci la visione di noi stessi che ci permette di cambiare davvero la nostra vita.
    Ovviamente non ho soluzoni al problema.
    Ma di sicuro non smettere mai di riflettere su noi stessi è già un principio di soluzione.
    Mi fermo qui ma quante cose ci sarebbero ancora da dire…

  7. 7 lostforwords Mercoledì, Settembre 13, 2006 alle 9:27 am

    Già, alla fine tutto dipende a quanta parte di se stessi si è disposti a rinunciare per sentirsi realizzati almeno di facciata.. ovviamente non è un discorso applicabile a tutti, ci sono quelli, beati loro, che non si pongono più di tanto il problema e si accontentano di ciò che hanno.
    hai ragione, è un discorso ad infinito, ma da cosa nasce cosa.. :)

  8. 8 dottor k Giovedì, Settembre 14, 2006 alle 12:04 am

    Ho riguardato il fiume di parole a cui mi sto accodando e ne rimango piacevolmente stupito.
    Non capita spesso, o forse non capita a me, che le discussioni partono in maniera così energica.
    Vedremo quindi cosa nascerà…
    Di sicuro sembra essere un tema che ci sta particolarmente a cuore, l’identità, la percezione che diamo di noi stessi…i compromessi che siamo disposti ad accettare.
    Da quel che ho capito tu non sei disposta a scendere a patti con nessuno per raggiungere un tuo obiettivo.
    Mi pare un buon inzio.

  9. 9 lostforwords Giovedì, Settembre 14, 2006 alle 10:33 am

    dottor k: aspetta, una cosa è ciò che dico, altra quella che faccio. il problema è che ho difficoltà a pormi anche il più piccolo obiettivo, non sono come quelle persone che si pongono traguardi ideali e ogni volta che li superano spostano sempre un po’ più il là il loro limite. non ci riesco. sono praticamente caduta in un circolo vizioso, la mia incapacità ad andare avanti ad obiettivi fa nascere dentro di me un’angoscia devastante e questa, a sua volta, mi impedisce di vederci chiaro e di raggiungere uno scopo.
    forse perché sono ambiziosa e pessimista insieme, non riesco ad accontentarmi di quello che ho ma sono sconfortata dal fatto che le cose difficilmente cambiano in meglio.
    devo ancora capirmi, su certe cose sono ancora troppo astratta.


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